E se l’acqua finisse?

E se l’acqua finisse?

 

 

L’acqua è una delle risorse naturali più importanti. Grazie all’acqua viviamo, produciamo, nutriamo, coltiviamo. Abbiamo sempre più bisogno di risorse idriche, ma come ben sappiamo, l’acqua disponibile sul nostro pianeta è limitata.

La terra è ricoperta per oltre il 70% di acqua, ma soltanto poco più del 2% di questa è acqua dolce e la maggior parte di essa è inaccessibile perché si trova nei ghiacciai.

Nonostante la quantità di acqua dolce sia rimasta pressoché invariata nel corso degli anni, il nostro fabbisogno idrico è in costante crescita.
Il cambiamento climatico, l’inefficienza delle reti idriche e soprattutto l’inesorabile aumento demografico sono le principali ragioni che rendono la disponibilità di acqua uno dei temi più importanti e complessi dei prossimi decenni.

Secondo l’ultimo Rapporto mondiale delle Nazioni Unite sullo sviluppo delle risorse idriche, nel 2030 il mondo potrebbe soffrire di una carenza idrica generale del 40%. Già oggi, sono circa 4 i miliardi di persone che affrontano una forte carenza di acqua per almeno un mese all’anno. Ai cicli stagionali, bisogna ora aggiungere anche l’elemento di incertezza legato ai cambiamenti del clima che, per forza di cose, influiscono anche sulla disponibilità d’acqua e sulla sua qualità, sul territorio e sull’ idrogeologia.

Si stima che ogni anno cadano circa 110.000 km3 di pioggia sulla Terra. Di questi, il 39% alimenta fiumi, laghi e le falde acquifere sotterranee. Una parte sostanziosa di questa acqua viene prelevata per gli usi umani.

Nelle statistiche si distinguono tre tipi di prelievo d’acqua: agricolo (per l’irrigazione e gli allevamenti), municipale (le reti urbane di alimentazione idrica) e industriale. Nel mondo, i prelievi idrici a uso agricolo costituiscono il 69% del totale, il 12% riguarda le reti idriche municipali, mentre il 19% viene impiegato in ambito industriale.
Il rapporto tra gli ambiti d’uso è molto diverso a seconda della regione del mondo che si prende in considerazione. Nell’Asia meridionale i prelievi d’acqua per uso agricolo raggiungono il 91% del totale. In Europa occidentale, la maggioranza dei prelievi d’acqua viene dirottata per le necessità del comparto industriale.

 

Negli ultimi 100 anni il consumo globale di acqua è aumentato di circa sei volte, con un tasso di crescita medio dell’1% annuo. A questi ritmi appare evidente come l’insostenibilità dell’utilizzo della risorsa idrica sia un problema ben più concreto di quanto non possa sembrare.

Mentre la popolazione mondiale aumenta esponenzialmente, lo stesso non si può dire della quantità di acqua prelevata, che segue un andamento molto più variabile. Nel periodo 1900-1940, il tasso di crescita dei prelievi idrici era dell’1,5%, mentre si è fermato all’1,1% all’anno nel periodo 1970-2010. Il più grande “balzo in avanti” del prelievo d’acqua ha avuto luogo tra il 1950 e il 1960 – 4,2 per cento all’anno negli anni del grande rilancio economico – mentre era solo lo 0,5 per cento all’anno durante il periodo 2000-2010.

La crisi idrica non deve sembrare come un’ipotesi remota, appartenente a un futuro lontano. Oggi ci sono circa 2,2 miliardi di persone che non hanno accesso all’acqua potabile gestita in modo sicuro e sono 4,2 miliardi, o il 55% della popolazione mondiale, le persone senza servizi igienici gestiti in modo sicuro.

 

 

Nel 2018 l’Italia ha prelevato 9,2 miliardi di metri cubi d’acqua dolce da fiumi, laghi e sottosuolo, guadagnandosi così il primato nella classifica europea dei paesi che attingono di più dalle proprie fonti. Preleviamo circa 157 metri cubi d’acqua per abitante. La quantità di risorse disponibili è molto diversa a seconda del territorio. Nell’arco alpino, per esempio, l’acqua è abbondante e disponibile. Al contrario, in alcune zone del meridione, soprattutto in certe stagioni, si riscontra uno storico problema di rifornimenti.

Come utilizziamo tutta questa acqua? Ogni giorno ne usiamo circa 215 litri, nel corso di azioni banali, comuni, ma allo stesso tempo dispendiose. Una doccia di cinque minuti necessita di 80 litri d’acqua. Ogni volta che tiriamo lo sciacquone del WC, scarichiamo anche una decina di litri d’acqua. Lavarci i denti senza chiudere il rubinetto può farci sprecare quasi venti litri. Dare una veloce sciacquata a piatti, bicchieri e forchette prima di riporle nella lavastoviglie può comportare un dispendio di 38 litri per ogni lavaggio.

Lo spreco, però, non è provocato soltanto dal nostro agire quotidiano. Secondo le ultime stime, in Italia sprechiamo una consistente parte dell’acqua prelevata: 3,5 miliardi di metri cubi a causa di reti vetuste, impianti privi di manutenzione e tubature danneggiate. Nel 2040, anche l’Italia potrebbe trovarsi in una grave situazione di stress idrico, si rendono quindi necessarie azioni urgenti e lungimiranti su vari fronti, per evitare di ritrovarci a fronteggiare una situazione ancor più grave di quella attuale.

Per correre ai ripari, le buone pratiche di risparmio idrico sono importantissime, ma da sole di sicuro non risolverebbero il problema. Come ci ricordano gli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 delle Nazioni unite, ci sono sono due tipi di strategie complementari che andrebbero attuate: l’adattamento e la mitigazione.
Da una parte è necessario trovare soluzioni capaci di eliminare o ridurre le principali cause del cambiamento climatico. Dall’altra servono interventi mirati a ridurre l’impatto di quest’ultimo sulle disponibilità idriche: il miglioramento di un sistema di approvvigionamento e distribuzione che presenta molti punti deboli, una maggiore capacità di accumulo di acqua, sia su larga che su piccola scala, l’efficientamento di tutte le attività che consumano acqua.

Negli anni si sono succedute molte iniziative di sensibilizzazione della cittadinanza per un uso sostenibile delle risorse idriche. I consigli, da questo punto di vista, non mancano ed è possibile risparmiare decine e decine di litri d’acqua grazie a semplici accorgimenti quotidiani. Il problema, però, è ben più complesso e la soluzione passa attraverso nuove politiche che intervengano sui problemi strutturali ben conosciuti e che gettino le basi per un consumo consapevole delle esigenze del prossimo futuro.

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